Dukkokun

E unn'è il dukkokun, l'è il ridukkokun!

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I buffoni dello sviluppo su Android.

by Dukko

Ok, forse il titolo è un tantino offensivo.

Mi riferisco alla notizia (qua riportata da Android Police) di abbandonare completamente Android come piattaforma di sviluppo.

In soldoni, non creeranno più app per i telefoni di Google.

Motivo? Assenza di profitti. Hanno dedicato il 20% del loro tempo impiegato nello sviluppo dei loro giochi su Android (Battleheart e Zombieville USA) ad aggiustarli per le diverse configurazioni, come schermi di dimensioni diverse, processori più o meno potenti, ecc. Il risultato? I loro profitti provenienti da Android sono il 5% di quanto incassano in totale.

Dal loro punto di vista, decisione ineccepibile: sviluppare per Android era un esercizio in perdita.

Come mai però non hanno avuto il successo che hanno avuto su iOS?

C’è un motivo, ed è semplicissimo.

SONO MESI CHE QUELLE DUE APP NON VENGONO AGGIORNATE.

Oh, ma guarda un po’. La gente non compra un prodotto che viene lasciato a marcire. Che sorpresona!

Non parlo di un mese o due di ritardo su aggiornamenti promessi.

IL NULLA PER NOVE-DIECI MESI.

Evitiamo di dare troppa importanza a questi buffoni, per piacere. Non è vero che su Android non c’è mercato: il problema è che su Android gli utenti sono SELETTIVI.

Simpatici. Però buffoni ugualmente.

E la merda che non viene aggiornata, non viene comprata.

Magari sto dicendo cazzate, no? È probabile.

Però la Kairosoft dimostra il contrario. Giochi di qualità, divertenti, costosi, che vendono come il pane.

Sono loro dei geni, o qualcun’altro è un buffone?

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Su Facebook, Google, la pubblicità e le cazzate.

by Dukko

Quante volte hai sentito dire: “Su facebook la nostra privacy è in pericolo!“, oppure “Google vende i nostri dati!“, o altre amenità sul genere?

Forse le hai dette pure tu, o le ha dette un tuo caro amico, un parente, e finisci per crederci.

Quel che penso io, invece, è che siano CAZZATE.

Sì, hai letto bene.

Sono cazzate.

La nostra privacy su Facebook non è in pericolo. Sai perché? Su Facebook non esiste il concetto di privacy. Facebook è una struttura sociale che mette in primo piano la condivisione dei contenuti, non il contrario.

Facebook ci permette di soddisfare il nostro bisogno primordiale di trasmettere la nostra conoscenza. È per questo che amiamo usarlo.

È banale, ma meglio esplicitarlo: non nego che spesso ci sia un abuso di questo strumento, ma la colpa non è dello strumento in sé.

Altra cosa: Facebook è una società per azioni. È quotata in borsa (o lo sarà tra poco, mi sono perso l’interessantissimo dibattito sulla quotazione in borsa del colosso sociale, chiedo venia). Il suo obiettivo è FARE SOLDI. E Facebook li fa vendendo spazi pubblicitari del tutto nuovi, che per le aziende di marketing sono la manna: pubblicità indirizzata all’individuo, non alla massa. E come fa Zuckerberg a fornire questa delizia pubblicitaria? Raccogliendo ogni singolo dato possibile sugli utenti. Google fa la stessa cosa, però in maniera diversa (e non mi dilungherò sulle tattiche utilizzate dai due colossi).

Quello che è importante, il motivo per cui ho bollato in quel modo colorito le affermazioni di prima, è altro.

È che quei dati, quelle informazioni così schifosamente private, noi le abbiamo regolarmente vendute.

Dietro il faccione di Facebook, c'è la corporazione. (© Sean MacEntee)

Non sono più soltanto nostre. Non è qualcosa di personale, nascosto all’occhio pubblico.

Quei Terms of Agreement, i Contratti, le Clausole che hai sicuramente accettato, sottoscritto, controfirmato, dicono proprio questo: “grazie per i tuoi dati. ecco a te un prodotto, in cambio“.

Scambiamo informazioni per prodotti. È così diverso dallo scambiare qualcosa (denaro) per ottenere altro?

Io ancora non sono spaventato da tutto ciò, perché bene o male Facebook, Google e tutti gli altri colossi della pubblicità sociale ancora non RICHIEDONO informazioni specifiche. Quello sì, quello mi spaventerà. Quando per registrarmi a Clegatrorz, il social network delle patacche, mi verrà richiesta la mia preferenza sessuale, le mie esperienze private, pena il non poter condividere le mie patacche preferite, a quel punto qualcosa si sarà rotto, qualcosa di fondamentale.

Ma per adesso, l’importante è preoccuparsi solamente di condividere solo ciò che vogliamo condividere. Non solo con chi è nelle nostre liste, o nelle nostre cerchie, ma con Facebook, con gli azionisti, con Google, con i pubblicitari.

Tutto il resto, sono cazzate.

 

Per approfondire l’argomento Social Network, e le conseguenze che può avere sulla struttura sociale della nostra società, non posso che consigliare un libro di Clay Shirky:

Uno per uno, tutti per tutti: il potere di organizzare senza organizzare” (formato Kindle)

Dateci un’occhio.

Ah, in passato ho scritto anche altro sulla questione Social Network e privacy (in un altro ambito, però). Se avete tempo, potrebbe interessarvi.

Le non-cento app a 10 cent.

by Dukko

È appena finita la promozione del Market Android: 10 giorni, 10 app al giorno, 10 centesimi ad app.

Sulla carta fantastica, no? No.

Peccato che le app, teoricamente 100 app a 10 centesimi, alla fine sono state una sessantina o giù di lì: già dai primi giorni, molte applicazioni erano delle riproposizioni di app dei primi due giorni, e così via fino ad oggi.

Inoltre sono state molte poche le app veramente utili: un buon 60% delle app erano giochi, più o meno belli, ma comunque giochi. Quasi sicuramente questo è stato perché gli sviluppatori di giochi per Android, un mercato ancora acerbo, sono quelli che meno hanno da perdere a vendere le proprie app a prezzi da fame.

Cosa ci ha guadagnato Google in questo?

Due cose: ha lanciato il mercato dei giochi su Android in grande stile (tante persone adesso hanno giochi sui loro device, cosa che prima non era vera), ma soprattutto ha innescato un meccanismo mentale di sblocco degli acquirenti.

Mi spiego meglio.

È una nozione psicologica di base: associando un comportamento (acquistare app) con un beneficio (ottenere qualcosa per 10 centesimi) si rimuove il blocco mentale che generalmente gli utenti mobile hanno (“Ma perché dovrei spendere soldi per un’app?”), poiché ormai il cervello associa il beneficio al comportamento, e dunque non è più vista come una spesa inutile, ma quasi come un vantaggio.

Detto ciò, io in realtà ho apprezzato molto questa offerta: per pochi spiccioli ho intascato ottime app come SwiftKey ed ezPDF.

 

PS: a chi mi dice che a caval donato non si guarda in bocca, rispondo che a caval donato io gli faccio la colonscopia.

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